La Fille Aux Yeux Verts


Fiori freschi, fiori appassiti, fiori dell'alba.

Theme by @yosoyprincesa.

Mangio un poco di cena alla chiara finestra
Nella stanza è già buio e si vede nel cielo.
A uscir fuori, le vie tranquille conducono
dopo un poco, in campagna.
Mangio e guardo nel cielo - chi sa quante donne
stan mangiando a quest’ora - il mio corpo è tranquillo;
il lavoro stordisce il mio corpo e ogni donna.

Fuori, dopo la cena, verranno le stelle a toccare
sulla larga pianura la terra. Le stelle son vive,
ma non valgono queste ciliege, che mangio da solo.
Vedo il cielo, ma so che tra i tetti di ruggine
qualche lume già brilla e che sotto, si fanno rumori.
Un gran sorso e il mio corpo assapora la vita
delle piante e dei fiumi, e si sente staccato da tutto.
Basta un po’ di silenzio e ogni cosa si ferma
nel suo luogo reale , così com’è fermo il mio corpo.

Ogni cosa è isolata davanti ai miei sensi,
che l’accettano senza scomporsi: un brusio di silenzio
Ogni cosa nel buio la posso sapere
come so che il mio sangue trascorre le vene.
La pianura è un gran scorrere d’acqua tra l’ erbe,
una cena di tutte le cose. Ogni pianta e ogni sasso
vive immobile. Ascolto i miei cibi nutrirmi le vene
di ogni cosa che vive su questa pianura.

Non importa la notte. Il quadrato del cielo
mi sussurra di tutti i fragori, e una stella minuta
si dibatte di nuovo, lontana dai cibi,
dalle case, diversa. Non basta a se stessa,
e ha bisogno di troppe compagne. Qui al buio, da solo,
il mio corpo è tranquillo e si sente padrone

Cesare Pavese, Mania di Solitudine

frenchtwist:

via darksilenceinsuburbia:

Christopher Lee Donovan.
http://www.christopherleedonovan.com/

frenchtwist:

via darksilenceinsuburbia:

Christopher Lee Donovan.

http://www.christopherleedonovan.com/

(via llovemiawallace)

lecoincidenzequandononaccadono:

Nella violenza del mio gesto o nella sua delicatezza, nella sua tonalità decisa o incerta c’è tutta la mia biografia, la qualità del mio rapporto col mondo, il mio modo di offrirmi. Attraversando da parte a parte esistenza e carne, la gestualità crea quell’unità che noi chiamiamo corpo, perché non è il corpo che dispone i gesti, ma sono i gesti che fanno nascere un corpo dall’immobilità della carne.

U. Galimberti; Il corpo

(via biancolatte)

Dormire, essere lontano senza saperlo, esser coricato, dimenticare con il corpo; avere la libertà di essere incosciente, un rifugio del lago dimenticato immobile fra chiome di alberi, nelle vaste lontananze delle foreste.

Un nulla con respiro dal di fuori, una morte lieve dalla quale ci si risveglia con nostalgia e freschezza, un cedere dei tessuti dell’anima ai panni dell’oblio.

Fernando Pessoa

SALOMÉ:

Il tuo corpo è orribile. È come il corpo di un lebbroso. È come un muro di gesso 

dove sono passate le vipere, come un muro di gesso dove gli scorpioni hanno fatto 

il loro nido. È come un sepolcro imbiancato e pieno di cose disgustose. È orribile, 

orribile il tuo corpo!… È dei tuoi capelli che io sono innamorata, Iokanaan. I tuoi 

capelli somigliano a grappoli d’uva, a grappoli d’uva nera che pendono dalle viti di 

Edom nel paese degli Edomiti. I tuoi capelli sono come i cedri del Libano, come i 

grandi cedri del Libano che danno l’ombra ai leoni e ai ladri che vogliono

nascondersi durante il giorno. Le lunghe  notti nere, le notti in cui non si mostra la 

luna, in cui le stelle hanno paura, non sono così nere. Il silenzio che dimora nelle 

foreste non è così nero. Nulla v’è al mondo così nero come i tuoi capelli… Lasciami 

toccare i tuoi capelli.   


O. Wilde

Colore inonda la macchia, porpora cupo.

Tutto slavato è il resto del corpo,

Ha il colore di perla.

In un anfratto di rupe

Risucchia il mare ossessivamente,

Un solo vuoto è perno di tutto il mare.

Non più grande che una mosca

Il marchio funesto

Striscia giù per il muro.

Il cuore si chiude,

Il mare cala,

Gli specchi sono schermati.

Contusione, Sylvia Plath

Meret Oppenheim by Man Ray

Meret Oppenheim by Man Ray

(Fonte: tattooedmafia, via phaniemolko)

Sophie Calle, Prenez soin de vous 

Sophie Calle, Prenez soin de vous 

Il mio corpo, in realtà, è sempre altrove. È legato a tutti gli altrove del mondo. E, a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esso che le cose si dispongono, è rispetto a esso, e rispetto a esso come rispetto a un sovrano, che ci sono un sopra, un sotto, una destra, una sinistra, un avanti, un dietro, un vicino, un lontano. Il corpo è il punto zero del mondo, là dove i percorsi e gli spazi si incrociano. Il corpo non è da nessuna parte.
Michel Foucault da “Il corpo, luogo di utopia” 

Il mio corpo, in realtà, è sempre altrove. È legato a tutti gli altrove del mondo. E, a dire il vero, è altrove solo nel mondo. Perché è intorno a esso che le cose si dispongono, è rispetto a esso, e rispetto a esso come rispetto a un sovrano, che ci sono un sopra, un sotto, una destra, una sinistra, un avanti, un dietro, un vicino, un lontano. Il corpo è il punto zero del mondo, là dove i percorsi e gli spazi si incrociano. Il corpo non è da nessuna parte.

Michel Foucault da “Il corpo, luogo di utopia” 

Dino Campana
E allora figurazioni di un’antichissima libera vita, di enormi miti solari, di stragi di orgie si crearono avanti al mio spirito. Rividi un’antica immagine, una forma scheletrica vivente per la forza misteriosa di un mito barbaro, gli occhi gorghi cangianti vividi di linfe oscure, nella tortura del sogno scoprire il corpo vulcanizzato, due chiazze due fori di palle di moschetto sulle sue mammelle estinte. Credetti di udire fremere le chitarre là nella capanna d’assi e di zingo sui terreni vaghi della città, mentre una candela schiariva il terreno nudo. In faccia a me una matrona selvaggia mi fissava senza batter ciglio. La luce era scarsa sul terreno nudo nel fremere delle chitarre. A lato sul tesoro fiorente di una fanciulla in sogno la vecchia stava ora aggrappata come un ragno mentre pareva sussurrare all’orecchio parole che non udivo, dolci come il vento senza parole della Pampa che sommerge. La matrona selvaggia mi aveva preso: il mio sangue tiepido era certo bevuto dalla terra: ora la luce era più scarsa sul terreno nudo nell’alito metalizzato delle chitarre. A un tratto la fanciulla liberata esalò la sua giovinezza, languida nella sua grazia selvaggia, gli occhi dolci e acuti come un gorgo. Sulle spalle della bella selvaggia si illanguidì la grazia all’ombra dei capelli fluidi e la chioma augusta dell’albero della vita si tramò nella sosta sul terreno nudo invitando le chitarre il lontano sonno. Dalla Pampa si udì chiaramente un balzare uno scalpitare di cavalli selvaggi, il vento si udì chiaramente levarsi, lo scalpitare parve perdersi sordo nell’infinito. Nel quadro della porta aperta le stelle brillarono rosse e calde nella lontananza: l’ombra delle selvaggie nell’ombra.
tratto da “La Notte” (Canti Orfici)

Dino Campana

E allora figurazioni di un’antichissima libera vita, di enormi miti solari, di stragi di orgie si crearono avanti al mio spirito. Rividi un’antica immagine, una forma scheletrica vivente per la forza misteriosa di un mito barbaro, gli occhi gorghi cangianti vividi di linfe oscure, nella tortura del sogno scoprire il corpo vulcanizzato, due chiazze due fori di palle di moschetto sulle sue mammelle estinte. Credetti di udire fremere le chitarre là nella capanna d’assi e di zingo sui terreni vaghi della città, mentre una candela schiariva il terreno nudo. In faccia a me una matrona selvaggia mi fissava senza batter ciglio. La luce era scarsa sul terreno nudo nel fremere delle chitarre. A lato sul tesoro fiorente di una fanciulla in sogno la vecchia stava ora aggrappata come un ragno mentre pareva sussurrare all’orecchio parole che non udivo, dolci come il vento senza parole della Pampa che sommerge. La matrona selvaggia mi aveva preso: il mio sangue tiepido era certo bevuto dalla terra: ora la luce era più scarsa sul terreno nudo nell’alito metalizzato delle chitarre. A un tratto la fanciulla liberata esalò la sua giovinezza, languida nella sua grazia selvaggia, gli occhi dolci e acuti come un gorgo. Sulle spalle della bella selvaggia si illanguidì la grazia all’ombra dei capelli fluidi e la chioma augusta dell’albero della vita si tramò nella sosta sul terreno nudo invitando le chitarre il lontano sonno. Dalla Pampa si udì chiaramente un balzare uno scalpitare di cavalli selvaggi, il vento si udì chiaramente levarsi, lo scalpitare parve perdersi sordo nell’infinito. Nel quadro della porta aperta le stelle brillarono rosse e calde nella lontananza: l’ombra delle selvaggie nell’ombra.

tratto da “La Notte” (Canti Orfici)

Niente è mai veramente perduto, o può essere perduto,

Nessuna nascita, forma, identità - nessun oggetto del

mondo.

Nessuna vita, nessuna forza, nessuna cosa visibile;

L’apparenza non deve ostacolare, né l’ambito mutato

confonderti il cervello.

Vasto è il Tempo e lo Spazio, vasti i campi della Natura.

Il corpo, lento, freddo, vecchio - cenere e brace dei

fuochi d’un tempo,

La luce velata degli occhi tornerà a splendere al

momento giusto;

Il sole ora basso a occidente sorge costante per mattini e

meriggi;

Alle zolle gelate sempre ritorna la legge invisibile della

primavera,

Con l’erba e i fiori e i frutti estivi e il grano.

Walt Whitman

Cesare Pavese (via ladiscarica)

(Fonte: nudehearth, via sillogismo)


Mi piace il mio corpo quand’è col tuo- E. E. Cummings

mi piace il mio corpo quand’è col tuo

corpo. È una cosa tanto nuova.

Muscoli meglio e nervi di più.

mi piace il tuo corpo. mi piace quel che fa,

e il come. mi piace sentir la sua spina

dorsale, le sue ossa e il tremolante

-liscio-sodo che bacerò

ancora ancora e ancora

di te mi piace baciare questo e quello,

mi piace, lentamente accarezzare, il folto

elettrico pelo, e quel che viene a carne

che si separa… E occhi grandi briciole d’amore,

e forse mi piace il brivido

di sotto me te così nuova