“Un atto di coscienza dev’essere compiuto con una certa dignità esteriore. Egli sentiva disperatamente il bisogno d’una parola di consiglio, d’un appoggio morale. Chi sa che cos’è la vera solitudine… non la parola convenzionale, ma il puro terrore? Ai solitari stessi essa è mascherata; e il più miserabile proscritto stende le braccia verso qualche memoria o qualche illusione. Oggi o domani, una fatale coincidenza di fatti può sollevare il velo un momento … ma un momento soltanto, poiché nessun essere umano potrebbe sopportare la vista costante della solitudine morale, senza impazzire”.
Felici i solitari Quelli che seminano cieli nella sabbia avida Quelli che cercano la vita sotto le gonne del vento Quelli che corrono ansimando dietro un sogno svanito Perché loro sono il sale della terra
— Joyce Mansour, blu come il deserto (Poesie postume, trad. Conti) ▪
Ero rigido e freddo, ero un ponte, ero disteso sopra un abisso. Di qua stavano le punte dei piedi. di là avevo conficcate le mani, mi aggrappavo nell’argilla sgretolabile. Le falde della mia giacca sventolavano ai miei lati. Nella profondità rumoreggiava il gelido ruscello delle trote. Nessun turista si smarriva fino a quell’altezza impervia, il ponte non era ancora segnato sulle carte- stavo così disteso e aspettavo: dovevo aspettare senza crollare, nessun ponte, una volta costruito può cessare di essere un ponte.
No, nessuno comprende gli altri, checché si pensi, checché si dica, checché si tenti. La terra sa forse che cosa avviene nelle stelle gettate lassù? Ebbene, non maggiormente l’uomo sa quello che avviene in un altro uomo. Noi siamo lontani uno dall’altro più di quegli astri, siamo soprattutto isolati, perché il pensiero è insondabile. Conosci qualcosa di più spaventoso di questo sfiorare essere che non possiamo penetrare? Ci amiamo l’un l’altro come se, incatenati vicinissimi, tendessimo le braccia senza riuscire a congiungerci. Ci travaglia un torturante bisogno d’unione, ma tutti i nostri sforzi rimangono sterili, i nostri abbandoni inutili, le nostre confidenze infruttuose, i nostri amplessi impotenti, le nostre carezze vane. Quando vogliamo compenetrarci, gli slanci dell’uno verso l’altro non fanno che urtarci l’uno contro l’altro. E io ho un bel volere donarmi interamente, aprire tutte le porte della mia anima: ma non riesco ad abbandonarmi. Conservo in fondo, proprio nell’intimo, quel luogo segreto di ME dove nessuno penetra. Nessuno può scoprirlo, entrarvi, perché nessuno m’assomiglia, perché nessuno comprende nessun altro.
da “Solitudine” tratto da Racconti Fantastici, Guy de Maupassant
Che mai divieni tu perchè questi capelli bianchi e rosa
Perchè questa fronte questi occhi straziati strazianti
Il grande equivoco delle nozze di radium
La solitudine mi incalza con il suo livore.
Paul Eluard
Mercoledì Gennaio 9th
La solitudine è indipendenza: l’avevo desiderata e me l’ero conquistata in tanti anni. Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri.
Ci sono due modi di sentire la solitudine: sentirsi soli al mondo o avvertire la solitudine del mondo. Chi si sente solo vive un dramma puramente individuale; il sentimento dell’abbandono può sopraggiungere anche in una splendida cornice naturale. In tal caso interessa unicamente la propria inquietudine. Sentirti proiettato e sospeso in questo mondo, incapace di adattarti ad esso, consumato in te stesso, distrutto dalle tue deficienze o esaltazioni, tormentato dalle tue insufficienze, indifferente agli aspetti esteriori – luminosi o cupi che siano –, rimanendo nel tuo dramma interiore: ecco ciò che significa la solitudine individuale. Il sentimento di solitudine cosmica deriva invece non tanto da un tormento puramente soggettivo, quanto piuttosto dalla sensazione di abbandono di questo mondo, dal sentimento di un nulla esteriore. Come se il mondo avesse perduto di colpo il suo splendore per raffigurare la monotonia essenziale di un cimitero. Sono in molti a sentirsi torturati dalla visione di un mondo derelitto, irrimediabilmente abbandonato ad una solitudine glaciale, che neppure i deboli riflessi di un chiarore crepuscolare riescono a raggiungere. Chi sono dunque i più infelici: coloro che sentono la solitudine in se stessi o coloro che la sentono all’esterno? Impossibile rispondere. E poi, perché dovrei darmi la pena di stabilire una gerarchia della solitudine? Essere solo non è già abbastanza?